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La lezione di Marco
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Chapter 6 of 13

La lezione di Marco

Marco non urla. Entra, chiude la porta alle spalle con un tonfo, e il suo sguardo cade su Luca in ginocchio, poi su Flavio. 'Così impari a toccare ciò che è mio,' dice, la voce calma e pericolosa, mentre afferra Flavio per i capelli e lo costringe a inginocchiarsi accanto a Luca. Marco si siede sulla sedia, si toglie gli stivali e solleva un piede nudo, enorme, davanti al viso di Flavio. 'Annusa,' ordina, e Flavio, con un lampo di sfida negli occhi, obbedisce, mentre Luca guarda, il respiro corto, il corpo che trema tra l'umiliazione e un'eccitazione che non sa controllare. Poi flavio succhia marco facendo deepthroat

La porta si spalancò con un colpo secco che sembrò squarciare l'aria della roulotte. Il tonfo dell'impatto contro il muro rimbalzò tra le pareti di lamiera, un'eco che non finiva mai. Luca sobbalzò, il corpo che si irrigidì come se una scossa lo avesse attraversato, e le mani — che erano rimaste appoggiate al pavimento, le dita che grattavano la superficie ruvida — si chiusero a pugno.

Marco riempì la porta. Tutto di lui era immenso, la testa che sfiorava lo stipite, le spalle che sembravano allargarsi per occupare ogni centimetro di spazio disponibile. Ma non era il corpo a fermare il respiro di Luca. Era il silenzio.

Marco non urlava. Non c'era rabbia nei suoi occhi, non c'era furore. C'era qualcosa di molto peggio. Una calma totale, assoluta, come l'acqua ferma prima che il terreno ceda sotto i piedi.

«Marco…» Il nome di Luca uscì come un sospiro, un filo di voce che tremava nell'aria. Le sue labbra erano ancora umide del contatto con la pelle di Flavio, la bocca ancora aperta, il sapore di polvere e sale che gli si attaccava alla lingua. «Io non…»

Marco non lo guardò. I suoi occhi — quei dannati occhi marroni, caldi come il miele scuro — erano fissi su Flavio. Solo su Flavio.

Il silenzio si allungò, spesso come nebbia. Luca sentiva il proprio cuore battere così forte da sentirlo nelle orecchie, un martello sordo che scandiva il tempo. Le sue ginocchia dolevano contro il pavimento, ma non osava muoversi, non osava respirare più forte del necessario.

Flavio, però, non abbassò lo sguardo. Stava lì, in piedi accanto a Luca, la testa alta, le braccia conserte, e negli occhi c'era una sfida che non tremava. «Bianchi.» Il suo saluto fu piatto, quasi indifferente. «Sei tornato presto.»

«Sì.» La voce di Marco era bassa, un rimbombo che sembrava venire dal fondo di una cava. «E ho trovato questo.»

Fece un passo avanti. Un solo passo, ma il pavimento sembrò piegarsi sotto il suo peso. Il rumore dei suoi stivali sulla superficie di legno fu un tuono lontano.

«Non è quello che pensi.» Luca trovò la voce, ma uscì rotta, incrinata, come un vetro che si stava già frantumando. «Marco, ti prego, ascoltami. Non è…»

«Taci.»

La parola non fu urlata. Fu pronunciata con una tale calma che Luca sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Non era mai stato zittito così da Marco. Non in quel modo. Non con quella freddezza tagliente che non lasciava spazio a repliche.

Marco si fermò a metà della stanza. La luce fioca della lampada a sospensione disegnava ombre profonde sul suo viso, accentuando la mascella serrata, lo stubbio scuro che gli copriva le guance. I suoi occhi passarono da Luca a Flavio, poi di nuovo a Luca, e in quel passaggio Luca vide qualcosa che gli strinse lo stomaco.

Non era rabbia. Era dolore. Un dolore profondo, radicato, che si nascondeva sotto la superficie della calma come una scheggia sotto la pelle.

«Mi avevi promesso…» La voce di Marco si incrinò appena, un crepitio nella roccia. «Mi avevi detto che eri mio.»

Luca sentì le parole come pugni allo stomaco. «Lo sono. Marco, lo sono. Questo non cambia niente, ti giuro. Flavio è entrato, mi ha…»

«Ti ha cosa?» Marco sollevò un sopracciglio, e in quel gesto c'era una calma che faceva più paura di qualsiasi urlo. «Ti ha costretto? Ti ha legato? Ti ha obbligato a inginocchiarti?»

Luca aprì la bocca. La chiuse. Le parole gli morirono in gola, perché la risposta onesta sarebbe stata troppo complicata, troppo piena di sfumature che non sapeva spiegare nemmeno a se stesso.

«Non ha avuto bisogno di costringermi, vero?» Marco fece un altro passo, e ora era più vicino, così vicino che Luca poteva vedere il tremore appena percettibile dei suoi muscoli sotto la maglietta sudata. «Il tuo corpo ha obbedito da solo. Come ha sempre fatto con lui.»

«Marco…»

«Non voglio le tue scuse.» L'uomo si voltò verso Flavio, e per la prima volta il suo sguardo si accese di qualcosa di diverso dalla calma. «Voglio sistemare questo.»

Flavio sorrise. Un sorriso lento, calcolato, che non toccava i suoi occhi. «Sistemare cosa, Bianchi? Che il tuo piccolo si è inginocchiato da solo? Che ha aperto la bocca da solo? Non ti ho toccato niente che non fosse già disposto a darmi.»

«Flavio, basta.» Luca si alzò in ginocchio, le mani che tremavano, il petto che si sollevava affannoso. «Non serve…»

«Stai zitto, Luca.» La voce di Marco era un coltello. «Non ho finito con lui.»

Luca tacque. Non perché volesse, ma perché il tono di Marco — quel tono che non aveva mai sentito prima — lo inchiodò al pavimento come un peso invisibile. Le sue mani trovarono la superficie del pavimento, le dita che grattavano il legno, cercando un appiglio che non c'era.

Marco si mosse. Non era un passo veloce, non era un'irruzione. Era una marcia lenta, deliberata, ogni passo un colpo che sembrava scandire una sentenza. Flavio lo guardò avvicinarsi, e per un istante Luca vide qualcosa attraversare il suo viso — un lampo, una crepa nella sua arroganza — ma fu subito ricoperto da quella maschera di sfida.

«Vuoi farmi paura, Bianchi?» Flavio non arretrò. «Non funziona. Io non ho paura di te.»

«Non ti sto chiedendo di avere paura.» Marco si fermò a un passo da lui, e la sua ombra cadde su Flavio come una coperta pesante. «Ti sto dando un'ultima possibilità di scegliere.»

«Scegliere cosa?»

«Come vuoi inginocchiarti.» La voce di Marco era così bassa che Luca dovette trattenere il respiro per sentirla. «Da solo, o con il mio aiuto.»

Flavio rise. Una risata secca, tagliente, ma Luca la sentì vacillare. «Non mi farai inginocchiare, Bianchi. Non ora, non mai. Io sono più forte di te, più grande, più…»

«Più grande?» Marco inclinò la testa, e in quel gesto c'era qualcosa di primordiale, di animale. «Le tue scarpe sono più grandi delle mie. Questo lo sappiamo. Ma non è la misura che conta, Flavio. È la volontà.»

«E tu ce l'avresti?»

«Ce l'ho.»

Il silenzio tra loro era così denso che Luca poteva sentirlo sulla pelle, come l'umidità prima di un temporale. Il suo respiro si era fatto corto, affannoso, e sentiva il proprio cuore battere non solo nel petto ma in tutto il corpo, nelle tempie, nelle dita, nella gola.

Marco non aveva alzato la voce. Non aveva minacciato. Eppure Luca non aveva mai visto Flavio così — la mascella serrata, gli occhi che guizzavano da un lato all'altro, come se cercasse una via di fuga che non esisteva.

«Tu pensi di conoscermi, Flavio.» Marco fece un altro passo, e ora il suo corpo era così vicino a quello di Flavio che i loro petti quasi si toccavano. «Pensi di avermi capito. Pensi che io sia solo un gigante gentile, un uomo che ha paura della propria ombra.»

«Non ho mai detto…»

«Non hai bisogno di dirlo.» Lo interruppe Marco, la voce bassa e tagliente come una lama. «Lo vedo nei tuoi occhi. Lo vedo nel modo in cui guardi Luca, nel modo in cui pensi di poterlo prendere perché io non sono abbastanza. Perché non sono abbastanza uomo per tenerlo.»

«Marco…» Luca provò a intervenire, ma la parola gli morì in gola quando Marco sollevò la mano.

Non un pugno. Non una spinta. La mano si alzò lentamente, le dita che si aprivano, e Luca la vide — quella mano enorme, callosa, segnata dal lavoro in cava — fermarsi a mezz'aria, sospesa tra loro due come una promessa o una minaccia.

«Così impari a toccare ciò che è mio.»

La frase cadde nella stanza come una pietra nell'acqua. Non era gridata, non era sussurrata. Era pronunciata con una determinazione che non lasciava spazio a dubbi, a interpretazioni, a vie di fuga.

Luca sentì il suo respiro fermarsi. Le sue mani, sul pavimento, tremavano così forte che le nocche erano diventate bianche. E dentro di lui, in un punto che non avrebbe mai voluto ammettere, qualcosa si accese. Un calore, una tensione, un'umiliazione che non sapeva se chiamare paura o desiderio.

«Non lo farai.» Flavio, ma la voce era meno sicura di prima. «Non hai il coraggio.»

«Non è questione di coraggio.» La mano di Marco restava sospesa, le dita che si aprivano e si chiudevano appena, come un artiglio che si prepara a ghermire. «È questione di chi comanda qui.»

«Tu non comandi nulla.»

«Sbagliato.» Marco fece un ultimo passo, e ora il suo corpo era così vicino che Flavio dovette alzare la testa per guardarlo negli occhi. «Io comando qui. Io comando su di lui.» Indicò Luca con un cenno del capo. «E ora comanderò anche su di te.»

«Non…»

«Silenzio.»

La parola non fu urlata. Fu pronunciata con una tale autorità che Flavio chiuse la bocca di scatto, come se qualcuno avesse premuto un interruttore. I suoi occhi, per un istante, persero la sfida e lasciarono emergere qualcos'altro — qualcosa che Luca non aveva mai visto prima in lui.

Paura. O forse qualcosa di più complicato. Eccitazione.

La mano di Marco si mosse. Lentamente, deliberatamente, come se avesse tutto il tempo del mondo. Luca la vide avvicinarsi ai capelli di Flavio, le dita che si aprivano, e il suo respiro si fermò completamente.

Il silenzio nella roulotte era rotto solo dal fruscio dei vestiti, dal respiro affannoso di Luca, dal battito accelerato che sentiva nelle orecchie. Il mondo esterno — la ghiaia, la notte, la vita fuori — non esisteva più. Esistevano solo quelle due figure immobili, la mano enorme di Marco sospesa sopra la testa di Flavio, e il piccolo spazio di aria tra loro che sembrava carico di elettricità.

Le dita di Marco si chiusero sui capelli di Flavio.

Luca vide il gesto compiersi, le dita che affondavano nella massa scura, la presa che si stringeva, e sentì il proprio corpo rispondere in un modo che non avrebbe mai voluto ammettere. Il suo respiro si fece più corto, il suo cuore accelerò, e una parte di lui — quella parte sporca, nascosta, che non voleva guardare in faccia — si accese di un desiderio che non sapeva controllare.

Flavio emise un suono. Non un grido, non una protesta. Un gemito strozzato, come se la presa di Marco avesse risvegliato qualcosa che anche lui non sapeva di avere.

«Vuoi sapere cosa significa toccare ciò che è mio?» La voce di Marco era bassa, quasi gentile, e questo la rendeva ancora più spaventosa. «Vuoi imparare la lezione che Luca ha già imparato?»

Le ginocchia di Flavio iniziarono a piegarsi. Lentamente, come se il suo corpo stesse cedendo a una forza che non poteva controllare. La presa di Marco sui suoi capelli non era brutale, non era violenta — era semplicemente inesorabile, come la gravità.

«Marco…» Il nome di Flavio uscì come un sospiro, e Luca sentì un brivido corrergli lungo la schiena. «Non…»

«Zitto.»

Le ginocchia di Flavio toccarono il pavimento.

Luca vide il momento esatto in cui Flavio cedette, il suo corpo che si piegava, la sua testa che si abbassava sotto la presa di Marco, e sentì qualcosa spostarsi dentro di sé. Un equilibrio che si rompeva, una gerarchia che si ristabiliva, un ordine che non sapeva di aver bisogno di vedere.

Il ginocchio di Flavio contro il legno. Il suono secco del contatto. Poi il silenzio.

Marco non lo lasciò andare. La sua mano restò chiusa nei capelli di Flavio, tenendolo in ginocchio, e i suoi occhi — quei dannati occhi marroni, caldi e feroci allo stesso tempo — si spostarono su Luca.

«Guarda.» La parola era un ordine. «Guarda cosa succede a chi tocca ciò che è mio.»

Luca guardò. Non poteva fare altro. Le sue mani tremavano sul pavimento, il suo respiro era corto e affannoso, e dentro di lui quel calore — quella dannata eccitazione che non riusciva a controllare — cresceva, si diffondeva, gli riempiva il petto e la gola.

«Ora…» La voce di Marco era calma, misurata, e nella roulotte il silenzio era rotto solo dal respiro affannoso di Flavio, dalle sue ginocchia che tremavano contro il pavimento, e dalla promessa di un ordine che stava per venire. «Ora imparerai.»

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