La roulotte era un forno. Il metallo delle pareti aveva assorbito il sole di tutta la giornata e ora lo restituiva in ondate, mescolato all'odore di polvere, vino stantio e sesso. Luca era sdraiato sul letto stretto, le lenzuola umide incollate alla pelle, e sentiva ancora il corpo di Marco contro il suo, il peso di quelle mani enormi, il sapore di sale e terra che gli era rimasto sulla lingua. Ogni muscolo gli doleva, ma era un dolore buono, un dolore che gli ricordava dove era stato, cosa aveva fatto, a chi apparteneva.
La porta era rimasta aperta, incorniciando la bocca scura della cava. Il silenzio fuori era pesante, rotto solo dal frinire lontano dei grilli e dal battito del suo stesso cuore, ancora accelerato. Marco era uscito a prendere l'acqua — gli aveva promesso che tornava, gli aveva promesso che non lo lasciava solo, ma c'era qualcosa negli occhi del gigante, una tensione che Luca non sapeva decifrare. Forse era Flavio. Forse era tutto.
Si passò una mano sul viso, sentendo la barba ispida di Marco sulla guancia. Il pensiero gli fece sorridere, un sorriso stanco e appagato. Poi il sorriso svanì.
Passi sulla ghiaia.
Pesanti. Misurati. Non il passo pesante e trascinato di Marco, che camminava come se il mondo dovesse piegarsi al suo peso. Questo era diverso — più lento, più calcolato, ogni passo un'affermazione. Luca si sollevò sui gomiti, il cuore che cominciava a martellare, e guardò verso la porta.
La sagoma riempì il vano. Alta, massiccia, con le spalle che quasi toccavano gli stipiti. Flavio entrò senza bussare, senza chiedere permesso, e la roulotte sembrò rimpicciolirsi intorno a lui.
"Dove è il tuo gigante?"
La voce era bassa, calda, e portava con sé un'ombra di divertimento. Flavio era a piedi nudi — i piedi enormi, più grandi di quelli di Marco, lasciavano impronte scure sul pavimento di legno, e l'odore del suo sudore riempì l'aria prima ancora che lui dicesse un'altra parola. Acerbo. Selvatico. Più intenso di qualsiasi cosa Luca avesse mai respirato.
La gola di Luca si seccò. "È andato a prendere l'acqua."
"Acqua." Flavio sorrise, lento, e si mosse per la stanza come se fosse sua. Si sedette sulla sedia di fronte al letto, le gambe larghe, e sollevò un piede, appoggiandolo sul ginocchio opposto. La pianta era coperta di polvere bianca, la pelle spessa e segnata, le dita lunghe e forti. "E ti ha lasciato qui da solo? Con il tuo corpo ancora dolorante, il sapore sulla lingua?"
Luca non rispose. Non riusciva a staccare gli occhi da quel piede.
"Non ti ha portato con sé." Flavio inclinò la testa, studiandolo. "Non ti ha tenuto stretto. Ti ha lasciato qui, in questa roulotte calda, senza nemmeno una bottiglia d'acqua per te."
"È tornato." La voce di Luca uscì più dura di quanto volesse. "Torna sempre."
"Sì?" Flavio allungò il piede, senza fretta, e lo posò a terra di fronte a sé. La polvere si sollevò in una piccola nube, e l'odore — quel dannato odore — si fece più denso. "Allora hai tempo per un'altra lezione, piccolo. Prima che torni."
Il cuore di Luca martellava. Sapeva cosa significava quella frase. Sapeva cosa era successo l'ultima volta che Flavio aveva parlato di lezioni. Eppure non indietreggiò. Non si mosse. Rimase lì, sui gomiti, il corpo ancora segnato dal peso di Marco, e guardò Flavio sollevare di nuovo il piede.
Il piede si avvicinò al suo viso. Lentamente. Volutamente. La pianta coperta di polvere, le dita che si muovevano appena, come se stessero assaporando l'aria.
"Hai paura di me, piccolo?"
"No." La parola uscì da sola, ma la voce tremava.
"Menti." Flavio sorrise ancora, e il sorriso era peggio di qualsiasi minaccia. "Ma non importa. Non ti chiedo di non avere paura. Ti chiedo di obbedire."
Il piede era a pochi centimetri dal suo viso. Luca poteva vedere ogni dettaglio — la pelle spessa, le crepe profonde, la polvere bianca incastonata nei pori, il modo in cui le dita si allargavano come se volessero afferrare qualcosa. L'odore era ovunque. Nelle sue narici. Nella sua gola. Nel suo petto. Era più forte di quello di Marco, più selvatico, e per un momento Luca si sentì perso, come se il mondo si fosse ridotto a quel piede, a quell'odore, a quella presenza enorme che riempiva la stanza.
"Avvicinati," disse Flavio. Non era una richiesta.
Luca si mosse. Non avrebbe dovuto. Ogni fibra del suo essere gli diceva di resistere, di aspettare Marco, di ricordare a chi apparteneva. Ma il corpo si muoveva da solo, obbedendo a una forza più antica della ragione. Si mise in ginocchio sul pavimento, la polvere che si attaccava alla pelle nuda, e sentì il calore del piede di Flavio contro il suo viso prima ancora che lo toccasse.
"Guarda come tremi," mormorò Flavio, la voce piena di piacere. "Guarda come il tuo corpo sa cosa vuole, anche quando la tua testa cerca di negarlo."
Luca chiuse gli occhi. Il piede era lì, a un centimetro dalle sue labbra. L'odore era così intenso che gli bruciava le narici, un misto di sudore, polvere e qualcosa di più profondo, più animale. Sentì il calore irradiarsi dalla pelle spessa, sentì il movimento delle dita, e il suo respiro divenne corto e irregolare.
"Senti?" Flavio spostò il piede, sfiorandogli la guancia con la pianta. Il contatto fu elettrico. "Senti quanto è più grande del suo? Quanto è più forte?"
Luca non rispose. Non poteva. Aveva la bocca piena dell'odore di Flavio, il viso premuto contro quella pelle spessa e calda, e ogni pensiero era svanito, sostituito da una sola, primordiale verità: questo era più grande. Questo era più intenso. Questo era diverso.
"Apri gli occhi," ordinò Flavio.
Luca obbedì. Il piede era ancora lì, contro la sua guancia, e Flavio lo guardava dall'alto, un sorriso soddisfatto sulle labbra. I suoi occhi erano scuri, profondi, e portavano con sé una promessa che Luca non osava decifrare.
"Conosci la differenza tra me e il tuo gigante?" Flavio spostò il piede, lentamente, e lo portò verso la bocca di Luca. La pianta coperta di polvere sfiorò le sue labbra, un contatto leggero, appena accennato, e Luca sentì il sapore della terra e del sale sulla lingua. "Io non ti chiedo di amarmi. Non ti chiedo di capirmi. Ti chiedo solo di obbedire."
Il piede premette appena, e Luca sentì le sue labbra aprirsi, senza che lui glielo avesse detto. La pelle spessa della pianta di Flavio si posò sulla sua bocca, e l'odore — quel dannato, meraviglioso, selvatico odore — gli riempì i polmoni, il petto, la testa. I suoi occhi si chiusero da soli, e per un momento non esistette altro al mondo che quel piede, quel calore, quell'odore che lo stava consumando.
Fuori, sulla ghiaia, un passo. Pesante. Trascinato.
Il passo di Marco.
Ma Luca non lo sentì. Era già altrove, perso nell'odore di Flavio, le labbra contro la pianta spessa e polverosa, il corpo che tremava di una tensione che non sapeva se fosse paura o desiderio. Il piede premette ancora, e la bocca di Luca si aprì di più, e l'unica cosa che esisteva era quel momento, sospeso nel silenzio della roulotte, prima che la porta si spalancasse.

