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Ora anche tu
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Chapter 13 of 13

Ora anche tu

Marco alza il mento di Luca, lo tiene un istante fermo, poi dice: 'Ora, Flavio. Avvicinati.' Flavio striscia sulle ginocchia, il respiro corto, e si ferma di fronte a Luca, il piede che si solleva da solo, come se il suo corpo avesse già capito. Marco li penetra entrambi a turno

La mano di Marco strinse più forte, le dita che si chiudevano nei capelli di Luca come radici che affondano nella terra. Non faceva male — non ancora — ma il possesso era lì, totale, assoluto. Luca sentì il respiro mozzarsi in gola, il corpo che tremava sotto quel tocco che non era mai solo un tocco, mai solo una mano. Era Marco. Era tutto.

L'altra mano di Marco gli trovò il mento, le dita callose che gli sollevavano il viso verso l'alto, costringendolo a guardarlo. Gli occhi scuri del gigante erano fissi nei suoi, profondi come la cava che era casa sua, e Luca vi si perse dentro senza opporre resistenza.

"Sei bellissimo così," mormorò Marco, la voce bassa e roca, un suono che veniva da qualche parte nel petto enorme. "In ginocchio. Con la bocca ancora umida del mio sapore."

Luca aprì la bocca per parlare, ma non uscì nulla. Le parole erano intrappolate da qualche parte tra la gola e il cuore, schiacciate da qualcosa di più grande di qualsiasi frase potesse inventare. Annuì soltanto, gli occhi che brillavano nella luce bassa della lampada.

Marco sorrise — un sorriso lento, paziente, che conosceva il proprio potere. "Flavio è fuori," disse, il pollice che accarezzava la guancia di Luca con una dolcezza che contrastava con la presa nei capelli. "Sta aspettando. Sa cosa succederà."

"Lo sa?" Il sussurro di Luca era appena udibile, la voce che gli tremava come il resto di lui.

"Lo sa da quando ti ha visto inginocchiarti per me." Marco si chinò, il fiato caldo contro l'orecchio di Luca, la bocca così vicina che le labbra sfioravano la pelle. "Lo sa da quando ha capito che non sei suo. Che non lo sarai mai. Che sei mio."

Luca chiuse gli occhi. Il cuore gli batteva così forte che sentiva il polso pulsare in ogni punto del corpo, un tamburo che scandiva qualcosa di antico e primordiale. "Sono tuo," ripeté, e le parole erano una preghiera, una promessa, un'ancora.

"Lo so." Marco lo baciò sulla tempia, un gesto così tenero che Luca sentì gli occhi bruciare. Poi la mano nei capelli si strinse di nuovo, tirando appena, giusto per fargli inclinare la testa all'indietro, esponendo la gola. "E stavolta —" la voce di Marco scese ancora, un rimbombo che Luca sentì vibrare nella spina dorsale "— sarai tu a guardare. A decidere. A dire quando."

Luca deglutì. La gola nuda sotto quello sguardo, sotto quella voce, sotto quel peso che era Marco. "Io?"

"Tu." Un bacio sulla mascella, lento, deliberato. "Hai guardato abbastanza, amore mio. Hai obbedito. Hai imparato. Ora è il tuo turno."

Non capiva — non del tutto — ma il corpo capiva per lui. Sentì il calore diffondersi dal petto verso il basso, il respiro che diventava corto e profondo insieme. Il piede di Marco, nudo, premuto tra le sue cosce — la pianta larga, calda, che si posava contro la stoffa dei suoi pantaloni, contro la carne sotto, senza entrare, senza spingere oltre. Solo pressione. Solo presenza.

Luca gemette, un suono che gli sfuggì prima che potesse fermarlo. Il piede di Marco era enorme — poteva sentirlo attraverso il tessuto, la larghezza, il calore, l'odore della pelle che saliva da quella carne che aveva appena adorato con la bocca. Il profumo era ancora lì, sulla sua lingua, nel suo naso: sale e polvere di cava e qualcosa di più profondo, qualcosa di solo Marco.

"Senti?" La voce di Marco era un ronzio sopra di lui. "Senti come ti tiene? Come ti conosce?"

"Sì." Il sì era un'espirazione, un'offerta. "Sì, Marco."

Il piede premette più forte, la pianta che si muoveva contro la sua coscia in un movimento lento, circolare, che non era ancora sesso ma era già tutto. Luca sentì il proprio cazzo irrigidirsi contro la pressione, il calore che si raccoglieva nel basso ventre, l'istinto che gli diceva di spingere contro quel piede, di strofinarsi, di cercare —

"No." La parola di Marco era ferma, dolce, inesorabile. "Non ancora. Non finché non te lo dico."

Luca si bloccò. Il corpo tremava per lo sforzo di non muoversi, di restare dove era, sotto quella pressione che era un comando e una carezza insieme. "Come vuoi tu."

"Così." Il piede si ritirò appena, poi tornò a premere, un ritmo lento che era quasi ipnotico. "Così mi piace. Che tu senta. Che tu aspetti. Che tu sappia che ogni cosa — ogni singola cosa — arriva da me."

Dall'altro lato della porta, un suono. Un respiro. Un movimento appena percettibile, come qualcuno che si sposta di peso sulle ginocchia. Luca sentì i peli sulla nuca rizzarsi. Flavio era lì. Fuori. In attesa.

"Lo senti?" chiese Marco, senza nemmeno guardare verso la porta. Lo sguardo era ancora su Luca, fisso, bruciante. "Lo senti che aspetta? Che sa che il mio comando è l'unica cosa che lo farà entrare?"

Luca annuì, la bocca improvvisamente secca. "Lo sento."

"E ti piace." Non era una domanda. Era una constatazione, una verità che Marco conosceva già, che aveva letto nel corpo di Luca prima ancora che Luca potesse nasconderla.

"Sì." La parola uscì da sola, senza filtro, senza vergogna. "Mi piace. Mi piace che aspetti. Mi piace che tu decida. Mi piace —" Luca si fermò, il respiro che gli si spezzava in gola.

"Dimmi." La mano di Marco gli accarezzò la guancia, il pollice che tracciava l'osso dello zigomo. "Dimmi cosa ti piace, amore mio."

"Mi piace che tu sia il primo." Le parole uscirono come un sospiro, come una confessione. "Che nessuno entri — che nessuno faccia nulla — senza che tu lo voglia. Che io sia tuo prima di essere di chiunque altro."

Il sorriso di Marco fu lento, meravigliato, come se Luca gli avesse appena regalato qualcosa di prezioso. "Lo sei. Lo sei sempre stato, da quando ti ho visto la prima volta, da quando hai messo le tue mani sui miei piedi senza paura." Si chinò, la fronte contro quella di Luca, il respiro caldo che si mescolava al suo. "Sei mio. E Flavio — Flavio è solo qualcuno che ha bisogno di capire dov'è il suo posto."

Luca sentì il cuore gonfiarsi, una sensazione così piena che temeva di non riuscire a contenerla. "E dov'è il suo posto?"

Marco si raddrizzò, lo sguardo che andò alla porta per un istante — un solo istante — prima di tornare su Luca. "Dove lo metto io. Dove lo mettiamo noi."

Il piede di Marco si mosse di nuovo, la pianta che risaliva lungo la coscia di Luca, oltre il ginocchio, fermandosi a metà coscia. La pressione era diversa ora — più intima, più possessiva — e Luca sentì il proprio respiro accelerare, il sangue che gli cantava nelle vene.

"Ora," disse Marco, e la parola cadde nella stanza come una pietra nell'acqua. "Flavio. Avvicinati."

Il silenzio che seguì fu spesso come miele. Luca trattenne il respiro, lo sguardo fisso sulla porta, sul legno che separava il loro mondo da quello di Flavio. Sentì il movimento dall'altro lato — un respiro affannoso, lo scricchiolio del pavimento sotto un peso che si sposta — e poi, lentamente, la maniglia che cominciò a girare.

Il movimento si fermò a metà.

La porta non si aprì. La maniglia restò ferma, sospesa, come se Flavio aspettasse qualcosa — un secondo comando, una conferma, un permesso che non aveva ancora ricevuto.

Marco sorrise. Un sorriso lento, soddisfatto, che conosceva il proprio potere. Si voltò verso Luca, gli occhi che brillavano nella luce bassa, e disse: "Vedi? Sa aspettare."

Luca sentì un brivido corrergli lungo la schiena — non di freddo, mai di freddo — ma di qualcosa di più profondo, più antico. Il desiderio gli si raccolse nel ventre come un animale che si sveglia, e la bocca gli si aprì da sola, il respiro che diventava un gemito soffocato.

"Marco —"

"Ssh." Il dito di Marco gli toccò le labbra, un gesto dolce che era anche un comando. "Non ancora. Prima voglio che senta. Che sappia quanto è vicino. E quanto è lontano."

Il piede di Marco premette di nuovo tra le cosce di Luca, la pianta che si muoveva contro la carne con una lentezza deliberata, il calore che penetrava attraverso il tessuto dei pantaloni. Luca chiuse gli occhi, il mondo che si riduceva a quel punto di contatto, a quella pressione che era promessa e negazione insieme.

"Lo senti?" La voce di Marco era un ronzio sopra di lui, vicina, intima. "Lo senti quanto ti voglio? Quanto voglio che tu sia pronto?"

"Sì." Il sì era un'espirazione, un'offerta. "Sì, Marco."

"E lo vuoi anche tu?"

"Sì." La parola gli uscì senza pensarci, senza filtro, senza vergogna. "Lo voglio. Lo voglio da quando ti ho visto la prima volta. Lo voglio da quando ho messo le mani sui tuoi piedi e ho capito che eri tutto ciò che avevo sempre cercato."

Marco lo guardò — un lungo sguardo che sembrava scavare fino all'osso, fino a quel nucleo di verità che Luca custodiva da sempre. Poi si chinò, le labbra che sfioravano l'orecchio di Luca, il fiato caldo contro la pelle.

"Allora aspetta," mormorò. "Aspetta finché non te lo dico io. E poi —" la voce scese ancora, un rimbombo che Luca sentì vibrare nella spina dorsale "— poi ti darò tutto."

Luca tremò. Non per freddo — mai per freddo — ma per il peso di quelle parole, per la promessa che contenevano, per la certezza che Marco avrebbe mantenuto ogni singola parola.

La maniglia della porta era ancora ferma a metà. Dall'altro lato, il respiro di Flavio era udibile, affannoso, carico di un'attesa che era quasi palpabile. Luca poteva immaginarlo — il corpo grande inginocchiato sul pavimento, le mani appoggiate al legno, la fronte china in attesa del comando che lo avrebbe fatto entrare.

"Marco," sussurrò Luca, la voce rotta. "Quanto ancora?"

Marco sorrise, un sorriso che era tutto denti e desiderio. "Quanto basta," disse. "Quanto basta perché capisca. Quanto basta perché tu senta quanto vale aspettare."

Il piede di Marco si mosse di nuovo, risalendo lentamente lungo la coscia di Luca, fermandosi dove la gamba incontrava il bacino. La pressione era leggera, appena un tocco, ma Luca la sentì come una scossa elettrica, il corpo che reagiva prima ancora che la mente potesse elaborare.

"Ti prego," mormorò, senza sapere cosa stesse chiedendo esattamente. "Ti prego, Marco."

"Ti prego cosa?" La voce di Marco era un ronzio, paziente, inesorabile. "Dimmi cosa vuoi, amore mio."

"Voglio —" Luca si fermò, il respiro che gli si spezzava in gola. "Voglio sentirti. Voglio che tu sia dentro di me. Voglio che tu mi riempia finché non so più dove finisco io e dove inizi tu."

Il sorriso di Marco fu lento, meravigliato, come se Luca gli avesse appena regalato qualcosa di prezioso. "Lo farò," promise. "Ma prima —" lo sguardo andò alla porta, alla maniglia ferma a metà "— prima c'è qualcuno che deve imparare."

Luca seguì il suo sguardo. La porta era lì, chiusa, ma la presenza di Flavio dall'altro lato era inconfondibile — il respiro, il peso, l'attesa che riempiva l'aria come un profumo.

"Flavio," chiamò Marco, la voce alta e chiara, senza alzarsi. "Quando ti dico di avvicinarti, ti avvicini. Quando ti dico di fermarti, ti fermi. Quando ti dico di entrare —" la pausa fu lunga, deliberata "— entri."

Il silenzio che seguì fu spesso come miele. Poi, dall'altro lato della porta, una voce — bassa, rotta, quasi supplichevole:

"Sì, Marco."

Luca sentì il cuore fermarsi. Era la voce di Flavio, ma non era la voce del Flavio che aveva conosciuto — l'uomo arrogante, il capo sostituto che aveva cercato di imporre la propria autorità. Era qualcosa di diverso, qualcosa di più fragile, più nudo.

Marco sorrise, soddisfatto. "Buono," disse. "Ora resta lì. E ascolta."

Si voltò di nuovo verso Luca, il piede che premette più forte contro la sua coscia, la mano nei capelli che si strinse appena. "E tu," mormorò, la voce che era solo per lui, "tu ascolta con me. Senti come trema. Senti quanto vuole. E sappi che tutto questo — tutto — lo facciamo insieme."

Luca annuì, gli occhi pieni di lacrime che non sapeva di avere. "Insieme," ripeté.

"Sempre." Marco lo baciò sulla fronte, un gesto così tenero che Luca sentì il petto stringersi. "Ora chiudi gli occhi."

Luca obbedì. Il mondo si ridusse al buio dietro le palpebre, al calore di Marco intorno a lui, alla pressione del piede contro la sua coscia, al respiro di Flavio dall'altro lato della porta.

"Senti?" La voce di Marco era un sussurro, vicina, intima. "Senti quanto è vicino? Quanto è pronto?"

Luca annuì, la gola troppo piena per parlare.

"E senti quanto è lontano? Quanto ancora deve aspettare?"

Un altro cenno. Un tremore che gli percorse tutto il corpo.

"Bene." La mano di Marco gli accarezzò i capelli, dolce, lenta. "Perché l'attesa — l'attesa è la parte migliore. È lì che impari cosa vuoi davvero. È lì che scopri quanto profondo arriva il desiderio."

Luca sentì le lacrime scivolare lungo le guance — non di dolore, mai di dolore — ma di qualcosa che non aveva un nome, qualcosa che era troppo grande per essere contenuto. Aprì gli occhi, e vide Marco che lo guardava con un'espressione che non aveva mai visto prima: qualcosa tra l'adorazione e la promessa, qualcosa che gli diceva che era visto, che era amato, che era — finalmente — a casa.

"Marco," sussurrò, e il nome era una preghiera.

Marco sorrise, e il sorriso era tutto ciò che Luca aveva sempre voluto. Poi si voltò verso la porta, la voce che si alzò di nuovo, chiara e ferma:

"Ora, Flavio. Avvicinati."

La maniglia della porta iniziò a girare lentamente, ma la porta non si aprì ancora: il movimento si fermò a metà, come se Flavio aspettasse un secondo comando. Marco sorrise, guardò Luca, e disse: "Vedi? Sa aspettare."

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